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giovedì 29 ottobre 2026

I produttori inquinano, noi ci ammaliamo e poi dobbiamo pure pagarci le cure.

Negli ultimi anni il numero dei tumori è aumentato enormemente. Certamente, una parte di questo aumento è legata a diagnosi più accurate, alla maggiore capacità di individuare precocemente le malattie e all'invecchiamento della popolazione, ma non possiamo ignorare il peso dell'alimentazione, dell'inquinamento e delle sostanze nocive alle quali siamo esposti quotidianamente.
Consumiamo sempre più prodotti industriali e ultraprocessati ricchi di zuccheri mentre evidenze scientifiche dimostrano che un'alimentazione squilibrata e l'eccesso di peso sono associati a un maggior rischio di sviluppare determinate forme tumorali. 
L'inquinamento, tuttavia, non riguarda soltanto ciò che mangiamo, perché siamo circondati da fonti di contaminazione che interessano l'aria, l'acqua e il suolo.
Basta alzare gli occhi al cielo per rendersi conto di quanto sia cresciuto il traffico aereo. Secondo le stime pubblicate da ACI e ICAO, il traffico passeggeri mondiale ha raggiunto circa 9,5 miliardi di passeggeri nel corso di quell'anno e ogni aereo che brucia carburante rilascia nell'atmosfera una miscela di sostanze, metalli e prodotti della combustione chimica. Si tratta di emissioni che contribuiscono, attraverso meccanismi differenti, all'inquinamento atmosferico e ai cambiamenti climatici.
Uno studio scientifico pubblicato nel 2024 ha stimato che nel 2019 l'aviazione commerciale abbia effettuato circa 40,2 milioni di voli, consumando 283 milioni di tonnellate di carburante e producendo circa 893 milioni di tonnellate di anidride carbonica e 4,5 milioni di tonnellate di ossidi di azoto. Numeri da capogiro che devono indurci a riflettere sull'impatto di un settore che movimenta quotidianamente migliaia di aeromobili in tutto il mondo. La Terra non è un contenitore dal quale le sostanze inquinanti possono semplicemente scomparire o salire verso la Luna, l'atmosfera è un sistema dinamico nel quale i composti emessi vengono trasportati dalle correnti, possono trasformarsi attraverso reazioni chimiche, contribuire alla formazione di nuovi inquinanti che poi respiriamo e infine depositarsi sul terreno e nelle acque. Una parte delle sostanze rilasciate raggiunge quindi gli ecosistemi e contribuisce all'esposizione degli esseri umani. Respiriamo quest'aria ogni giorno e sappiamo che l'inquinamento atmosferico rappresenta un grave problema sanitario tanto che l'Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro ha classificato l'inquinamento atmosferico esterno e il particolato presente nell'aria come cancerogeni per l'uomo, sulla base di evidenze sufficienti, in particolare per il tumore polmonare. Resta da chiedersi perché non affrontiamo con determinazione l'impatto ambientale del trasporto aereo, mentre ci viene chiesto di cambiare automobile e di sostenere i costi della transizione verso la mobilità elettrica e non solo la produzione delle automobili elettriche non risolverà i problemi dell’inquinamento, ma non è assolutamente a impatto zero, perché per fabbricare batterie, motori e componenti elettronici occorrono materie prime, energia, acqua e processi industriali che possono comportare conseguenze ambientali considerevoli. L'estrazione e la raffinazione di litio, nichel, cobalto e grafite provocano alterazioni degli ecosistemi, consumo di risorse idriche e contaminazione del suolo e delle acque, alcuni motori e componenti impiegano inoltre terre rare, la cui estrazione e lavorazione generano residui minerari e problemi di contaminazione.
A questi processi si aggiungono la produzione dei microchip, la fabbricazione dei componenti, il consumo energetico delle filiere industriali e la gestione dei rifiuti a fine vita. 
La questione è quindi politica, perché si chiede ai cittadini di sostenere i costi della trasformazione del parco automobilistico, mentre non si affrontano con altrettanta urgenza le emissioni dell'aviazione, del trasporto marittimo e degli altri settori industriali. Una transizione ecologica credibile dovrebbe intervenire sull'intero sistema produttivo, promuovendo tecnologie meno inquinanti, trasporti pubblici efficienti, ricerca scientifica, riduzione dei consumi di risorse, riciclo dei materiali e non certo il mantenimento delle attuali industrie o l’introduzione dei data center delle intelligenze artificiali che consumeranno da soli acqua come intere città.
Lo stesso ragionamento vale per le navi, che emettono ossidi di zolfo, ossidi di azoto e particolato, oltre a contribuire alle emissioni climalteranti. A questi problemi si aggiungono i rischi legati agli incidenti, agli sversamenti di carburanti e sostanze pericolose e alla gestione dei rifiuti, che possono compromettere gravemente gli ecosistemi marini che sono già inondati da residui industriali e microplastiche sono state rilevate anche in altri ambienti, compresi fiumi, suoli e aria, mentre gli effetti dell'esposizione umana a lungo termine sono ancora oggetto di ricerca. La presenza diffusa di queste particelle dimostra quanto sia difficile contenere la dispersione dei materiali una volta immessi nell'ambiente e quanto siano necessari controlli più rigorosi sulla produzione, sull'utilizzo e sullo smaltimento della plastica. A tutto questo si aggiunge la contaminazione delle acque dovuta agli scarichi industriali, che, quando non vengono trattati adeguatamente, introducono sostanze pericolose nei fiumi e negli ecosistemi acquatici. Fra queste merita particolare attenzione il mercurio, che può essere trasformato dai microrganismi in metilmercurio, una forma tossica capace di accumularsi negli organismi e di aumentare di concentrazione lungo la catena alimentare, raggiungendo livelli elevati in alcuni grandi pesci come il tonno.
Il metilmercurio è particolarmente pericoloso per il nostro sistema nervoso e per lo sviluppo del feto umano e può spostarsi, trasformarsi e raggiungere ecosistemi anche molto lontani dal luogo in cui sono è stato prodotto, entrando nei cicli naturali e nella catena alimentare umana.
La Terra è un sistema interconnesso, nel quale le conseguenze delle attività industriali non si fermano ai confini di una fabbrica, di una città o di uno Stato. Per questo la prevenzione dell'inquinamento deve riguardare l'intero ciclo produttivo, dalle materie prime alla lavorazione, fino alla gestione dei rifiuti e degli scarichi. 
In una società che tende a ricorrere ai farmaci per qualsiasi disturbo, anche quando non sono necessari, dovremmo inoltre promuovere un uso più consapevole dei medicinali e della loro produzione. I farmaci sono strumenti fondamentali, spesso indispensabili e salvavita, ma non sono privi di effetti indesiderati ed alcuni possono provocare danni al fegato o ai reni e ad altre parti del corpo, interagire con altre sostanze e comportare rischi quando vengono utilizzati impropriamente. È fondamentale mantenere uno stile di vita sano in un ambiente altrettanto sano e non doversi curare perché la società continua a produrre in modo dannoso per l’ambiente, consumando risorse e generando emissioni e facendo ricadere i costi ambientali e sanitari sulla collettività. Quando la sanità pubblica non dispone di risorse sufficienti, le liste d'attesa si allungano e le persone sono costrette a pagare privatamente prestazioni necessarie, l'ingiustizia diventa ancora più evidente, perché prima si subiscono le conseguenze di un ambiente inquinato, poi si deve sostenere personalmente anche il costo delle cure. È quindi legittimo chiedere perché non si investa molto di più nella prevenzione, nella sanità pubblica, nei controlli ambientali e nella riduzione delle emissioni, anziché lasciare che una parte significativa dei costi prodotti dalle attività economiche ricada sulla collettività. È altrettanto legittimo pretendere che chi inquina rispetti norme rigorose, che i controlli siano efficaci e che i responsabili contribuiscano ai costi dei danni ambientali che provocano, perché un modello economico che privilegia il profitto e lascia alla società una parte consistente delle conseguenze sanitarie e ambientali deve essere sottoposto a una critica seria, soprattutto quando la tutela della salute rischia di diventare una voce di spesa secondaria.
Non tutti i tumori sono causati dall'inquinamento e non tutte le malattie possono essere prevenute, ma sappiamo che moltissime esposizioni, come quelle costanti, 24 ore su 24 alle onde elettromagnetiche dei dispositivi tecnologici più avanzati, sono dannose e ridurle può fare la differenza. Per questo occorre intervenire prima che le persone si ammalino, attraverso politiche capaci di garantire aria più pulita, acque non contaminate, controlli industriali rigorosi, una gestione responsabile delle materie prime, trasporti meno inquinanti e una sanità pubblica in grado di assicurare cure tempestive a tutti.
Quando alziamo lo sguardo al cielo e vediamo il traffico aereo, non dovremmo limitarci a osservare le scie lasciate dagli aeromobili, ma chiederci quale sia il costo ambientale del sistema che le produce e perché la riduzione dell'inquinamento non venga affrontata con la stessa determinazione in tutti i settori. Dovremmo indignarci di fronte a un modello che rischia di scaricare sulla collettività le conseguenze delle proprie scelte, pretendendo allo stesso tempo che siano i singoli cittadini a farsi carico dei costi della transizione e della propria salute.
La salute non è una merce, la prevenzione non è un lusso e un ambiente sano non dovrebbe essere un privilegio riservato a chi può permetterselo.