Visualizzazione post con etichetta Gaza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Gaza. Mostra tutti i post

sabato 4 luglio 2026

TEKNOCLASIA: chi pagherà per questo crimine?

La teknoklasia, voce neologistica coniata dall'artista Marco Brama in occasione della presentazione dell'opera "Il Rito", che unisce la radice greca téknon, il figlio, il bambino, a klasis, la frantumazione, la rottura, lo spezzare, designa un crimine che nessuna categoria giuridica esistente riesce più a contenere, poiché il genocidio si riferisce alla distruzione di un gruppo etnico, nazionale o religioso e l’oloclasi si limita a evocare una distruzione totale ma astratta, mentre la teknoklasia nomina l’atto specifico e insieme universale dello sterminio sistematico di ogni bambino, senza eccezione di età, senza distinzione tra infante, lattante, neonato o adolescente, e senza che alcuna finalità politica o strategica possa mai giustificare la scelta deliberata di colpire proprio coloro che rappresentano il futuro di un popolo e dell’umanità intera.

Ciò che le inchieste internazionali, i rapporti delle Nazioni Unite e le testimonianze sul campo documentano a Gaza da oltre un anno non è dunque una guerra, per quanto atroce, ma una teknoklasia in atto, vale a dire un disegno di annientamento che trasforma ogni bambino in bersaglio primario, ogni scuola in un obiettivo militare, ogni ospedale in un luogo di morte, ogni tendopoli in un campo di sterminio lento e ogni famiglia in una lista di dispersi che nessuno compila più, perché il numero dei morti, contando i dispersi, ha certamente superato ormai il mezzo milione e il conteggio stesso diventa un esercizio osceno, quasi quanto l’indifferenza con cui il mondo registra il dato senza fermarsi a chiedersi quanti di quei morti avessero meno di dieci anni, quanti meno di cinque, quanti fossero ancora attaccati al seno della madre quando la bomba è caduta, quanti fossero nati da poche ore quando il soffitto della sala parto è crollato su di loro.

La teknoklasia non si consuma tuttavia soltanto sotto le macerie, per quanto quelle macerie siano ormai l’unico paesaggio di Gaza, ma si dispiega in una pluralità di forme che compongono un sistema di eliminazione capillare e multiplo, poiché i bambini muoiono di fame perché i convogli umanitari vengono bloccati, muoiono di sete perché le condutture idriche sono state bombardate, muoiono di malattie perché gli ospedali sono fuori uso e i medicinali scarseggiano, muoiono di infezioni perché non ci sono antibiotici, muoiono di freddo perché le tende non riparano dal vento invernale, muoiono di caldo perché l’acqua potabile è diventata un lusso, muoiono sotto le bombe mentre giocano a calcio, muoiono mentre dormono, muoiono mentre cercano di raggiungere un rifugio che non esiste, muoiono mentre scappano a piedi nudi sulla strada e un drone li insegue come se fossero selvaggina, muoiono perché il medico che potrebbe salvarli è stato ucciso il giorno prima, muoiono perché l’ambulanza che li avrebbe portati in salvo è stata colpita mentre attraversava un valico, muoiono perché la comunità internazionale discute ancora se definire o meno i fatti come genocidio e intanto ogni minuto un altro bambino smette di respirare e il suo nome si aggiunge a quel rotolo infinito che nessuno legge per intero perché sarebbe troppo lungo, troppo doloroso, troppo impossibile da sostenere.

A questa morte diretta e visibile si aggiunge poi la morte invisibile, quella dei dispersi, dei bambini sepolti vivi sotto le macerie e mai estratti perché mancano le ruspe, mancano i cani da soccorso, mancano gli uomini, mancano le ore, manca la volontà politica di scavare tra le macerie di un quartiere intero per cercare un corpo che forse respira ancora, ma il tempo scorre e il silenzio che sale da sotto le pietre è il silenzio di chi non può più gridare, eppure quel silenzio è più assordante di qualsiasi esplosione, perché racconta di una vita che si spegne senza che nessuno la veda, senza che nessuno la conti, senza che nessuno la pianga se non la madre che è sopravvissuta per miracolo e che scava con le mani nude fino a sanguinare, fino a impazzire, fino a diventare anch’essa una morta che cammina, dimenticata dai media, derisa da chi sostiene che il bilancio sia gonfiato, derisa da chi parla di vittime collaterali come se un bambino potesse mai essere collaterale a qualcosa, derisa da chi invoca la proporzionalità come se la vita di un bambino palestinese pesasse meno di quella di un bambino israeliano o ucraino o siriano o yemenita, quasi che la teknoklasia si giustificasse quando i bambini appartengono al gruppo sbagliato, alla religione sbagliata, alla latitudine sbagliata, al colore della pelle sbagliato.

La teknoklasia è inoltre un crimine che si consuma anche attraverso la violenza sessuale, perché gli stupri sistematici di bambini e bambine nei centri di detenzione, nei valichi, nei posti di blocco, durante i rastrellamenti notturni, non sono episodi isolati, ma parte integrante di una strategia di umiliazione e annientamento che mira a distruggere la dignità prima ancora del corpo, a marchiare le vittime con un trauma che le accompagnerà per tutta la vita se sopravvivono e se non sopravvivono, la loro morte viene registrata come morte per cause naturali o per complicazioni, come se lo stupro non fosse una causa di morte, come se il sangue che cola da un corpo di otto anni non fosse la prova di un crimine che eccede qualsiasi definizione giuridica, come se la violenza carnale su un bambino non fosse già di per sé una forma di teknoklasia perché uccide l’anima, la fiducia, il futuro, la capacità di amare, di toccare, di essere toccati, di crescere come esseri umani interi e non come sopravvissuti a brandelli che porteranno per sempre la cicatrice di un’infanzia cancellata prima ancora di essere vissuta.

I bambini di Gaza, e con essi i bambini di ogni guerra che ha scelto i più piccoli come bersaglio privilegiato, non sono quindi soltanto morti, ma sono stati derisi nella loro morte, derisi nei tentativi disperati delle madri di proteggerli, derisi nei pianti che nessuno ha ascoltato, derisi nei corpicini avvolti in lenzuoli bianchi che scompaiono sotto la sabbia senza che una pietra ne segni il luogo, derisi nei proclami ufficiali che li definiscono danni collaterali, derisi nei dibattiti televisivi in cui esperti di geopolitica discutono di equilibri regionali mentre alle loro spalle scorrono le immagini dei bambini in barella, derisi nei comunicati stampa che esprimono preoccupazione, ma non sanzioni, derisi nelle sale del Consiglio di Sicurezza dove il veto di una potenza vale più della vita di diecimila bambini, derisi infine dall’oblio che già comincia a coprire i loro nomi come la polvere copre le macerie, perché la memoria è breve e il prossimo conflitto, il prossimo genocidio, la prossima teknoklasia, distoglierà lo sguardo da Gaza e lo rivolgerà altrove, e i bambini di Gaza resteranno un numero in una statistica che nessuno aggiorna più, un capitolo di storia che nessuno leggerà mai nei libri di testo, una ferita che il mondo ha scelto di non curare.

La domanda che la teknoklasia impone non è dunque soltanto giuridica, per quanto urgente e necessaria, ma è una domanda etica che riguarda il nostro essere spettatori, il nostro silenzio, la nostra abitudine a consumare immagini di morte come si consuma un film, il nostro cibo che continua ad arrivare sulle nostre tavole mentre i bambini di Gaza muoiono di fame, la nostra acqua che scorre abbondante dai rubinetti mentre loro bevono acqua salmastra e contaminata, i nostri ospedali che curano i nostri figli mentre i loro sono diventati morgue o cumuli di cemento, le nostre scuole che accolgono i nostri bambini mentre le loro sono state bombardate con gli alunni dentro, i nostri giochi, i nostri sorrisi, le nostre notti tranquille mentre loro non dormono, o dormono e non si svegliano più, e la teknoklasia si compie non solo nel momento dell’esplosione, ma in ogni istante successivo in cui il mondo sceglie di non intervenire, di non sanzionare, di non interrompere, di non nominare il crimine con il suo vero nome, quasi che chiamarlo bastasse a evocarlo e che non chiamarlo potesse farlo sparire, come se la realtà dipendesse dalle parole che usiamo e non dai corpi che giacciono sotto le macerie, nei campi profughi, negli ospedali senza medicine, nelle fosse comuni scavate in fretta per contenere l’inarrestabile flusso dei morti.

La teknoklasia ha certamente superato il mezzo milione di vittime e di queste oltre la metà sono bambini, ma il dato, per quanto mostruoso, non racconta la verità più profonda, poiché la verità è che ogni singola morte di un bambino è la morte di un mondo intero, di tutte le possibilità che quel bambino avrebbe potuto incarnare, di tutti i sogni che avrebbe potuto sognare, di tutte le mani che avrebbe potuto stringere, di tutti i pensieri che avrebbe potuto pensare, di tutti i libri che avrebbe potuto scrivere, di tutte le poesie che avrebbe potuto recitare, di tutti gli alberi che avrebbe potuto piantare, di tutti i bambini che avrebbe potuto generare a sua volta e la teknoklasia è precisamente questo: l’uccisione non di un individuo, ma di una discendenza, di una stirpe, di un avvenire, di una promessa che l’umanità aveva fatto a se stessa e che ha tradito nel modo più abietto, con la complicità di chi ha fornito le armi, di chi ha finanziato le campagne militari, di chi ha giustificato le operazioni con la retorica della difesa, di chi ha taciuto per opportunismo, di chi ha guardato altrove per non vedere, di chi ha mangiato i popcorn mentre il rito si compiva e ha chiamato quel rito con il nome sbagliato, o con nessun nome, o con un nome che attenuava l’orrore e lo rendeva tollerabile, accettabile, quasi inevitabile.

La teknoklasia esige invece che il nome sia pronunciato per intero, con tutte le sue sillabe dure, con la sua radice che parla di bambini e il suo suffisso che parla di frantumazione, perché solo nominando l’indicibile si può cominciare a chiedere chi ha ordinato, chi ha eseguito, chi ha coperto, chi ha mentito, chi ha negato, chi ha deriso, chi ha dimenticato e solo ponendo queste domande si può immaginare una giustizia che non sia soltanto penale, ma storica, politica, culturale, una giustizia che restituisca ai bambini di Gaza e a tutti i bambini vittime di teknoklasia un riconoscimento che nessuna corte, nessuna condanna, nessuna riparazione potrà mai dare pienamente, ma che almeno spezzerà il silenzio, romperà l’indifferenza, frantumerà la complicità di chi guarda e non agisce, e forse, in quella frantumazione che riprende il gesto stesso della teknoklasia, ma lo rovescia in un atto di coscienza, potrà nascere una nuova parola, e con essa un nuovo sguardo, e con quello sguardo la possibilità, remota ma non impossibile, che la prossima generazione di bambini non debba più essere offerta in sacrificio a nessun dio, a nessun potere, a nessuna ragione di Stato, a nessuna ideologia, a nessuna guerra.

Marco Brama, Il Rito, Istallazione sulla Teknoklasia, 2026

L'immagine che accompagna questo testo è un documento visivo dell'installazione performativa di Marco Brama dal titolo "Il Rito", realizzata nel 2026, la quale non illustra la teknoklasia ma la mette in scena come un dispositivo rituale contemporaneo, trasportando lo spettatore dal piano della cronaca a quello dell'antropologia del sacrificio e costringendolo a interrogarsi sul proprio ruolo di testimone, di spettatore, di complice silenzioso di fronte allo sterminio sistematico dei bambini. L'opera di Brama, attraverso un trittico che dispiega le tre stazioni del rito – l'innocenza della forma, il fuoco sacrificale, il fiume dei superstiti e il rotolo dei nomi – trasforma i dati crudi della violenza in un'architettura emotiva e concettuale e lo fa con una crudezza che non concede alcuna consolazione estetica, perché la devastazione di Gaza, riprodotta nelle immagini satellitari e nei documenti audio originali dei bombardamenti, non viene mediata né edulcorata, ma esposta nella sua nudità di altare su cui vengono immolate le vite infantili. La forza curatoriale di questa installazione risiede tuttavia nell'ultima stazione del percorso, quella che coinvolge lo spettatore in modo attivo e scomodo, poiché di fronte alla proiezione dei nomi dei bambini morti, su un tavolo con due sedie, una ciotola di popcorn fumanti attende il visitatore, e quel gesto apparentemente banale – il mangiare popcorn mentre si guarda una strage – diventa il controcampo di noi stessi come spettatori ben nutriti di una tragedia in diretta, spettatori che come gli Aztechi e gli Inca assistono al sacrificio ma che, a differenza di quei popoli antichi, non offrono vite per placare gli dei, bensì offrono uno sguardo distratto e un rumore di masticazione, celebrando così il culto dell'indifferenza e della realpolitik che hanno imparato a mangiare popcorn mentre i bambini muoiono. Marco Brama, con "Il Rito", non documenta dunque la teknoklasia, ma la compie simbolicamente davanti ai nostri occhi e nel farlo ci consegna una domanda che non è retorica, ma è un atto d'accusa: chi è il sacerdote, chi la vittima e noi cosa stiamo davvero celebrando ogni volta che guardiamo senza muovere un dito? L'installazione, che si colloca nel solco della grande tradizione dell'arte politica e testimoniale, rappresenta un tentativo coraggioso e necessario di restituire dignità ai nomi che scorrono sul rotolo, di sottrarli all'oblio e alla derisione e di trasformare la nostra impotenza – o la nostra presunta impotenza – in una coscienza storica che non può più permettersi il lusso del silenzio. L'opera di Brama, proprio perché non si limita a mostrare ma coinvolge, provoca, accusa, interroga, diventa essa stessa un atto di resistenza contro la teknoklasia, un gesto che spezza la complicità silenziosa e invita chi guarda a uscire dalla propria passività, a lasciare i popcorn sul tavolo, ad alzarsi e a chiedere, finalmente, chi pagherà per questo crimine.


C.S.


martedì 23 giugno 2026

Da Odessa a Gaza, da Kiev a Gerusalemme: il filo rosso della patocrazia.

La tragedia di Odessa del 2 maggio 2014 rimane una ferita aperta e non rimarginata. Quel giorno, 48 persone, in gran parte di etnia russa, persero la vita tra le fiamme della Casa dei Sindacati, dopo essere state inseguite e attaccate da una folla di ultrà del calcio e militanti dell'estrema destra ucraina. Le indagini ufficiali non hanno mai portato a condanne certe, e la verità su quanto accadde quella giornata resta sepolta sotto una coltre di silenzio, omissioni e, forse, protezioni politiche. Non si possono cancellare quei morti, come non si può dimenticare che il primo sangue versato in quella che sarebbe diventata una guerra per procura tra Russia e Occidente è stato sangue russofono, sangue di cittadini ucraini che chiedevano solo di non essere esclusi dalla nuova Ucraina che stava nascendo.

Da quel momento, la Russia di Vladimir Putin ha visto nella tragedia di Odessa e nelle violenze del Donbass la conferma delle sue peggiori paure: un'Ucraina ostile, caduta in mano a forze nazionaliste e neonaziste, pronta a cancellare la cultura russa e a perseguitare i russofoni. Questa percezione, amplificata dalla propaganda di stato, ha fornito la giustificazione morale per l'annessione della Crimea e per il sostegno militare ai separatisti del Donbass, gettando le basi per l'invasione su larga scala del 2022.

E poi c'è il paradosso che sconvolge ogni semplificazione: il presidente ucraino, Volodymyr Zelenskyy, è ebreo. Questa è una verità fattuale che la propaganda russa trasforma in un'arma paradossale, arrivando a definirlo un "traditore del popolo ebraico" o una "vergogna per il popolo ebraico". Lo stesso ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha affermato che "Hitler aveva origini ebree", nel tentativo di giustificare l'assurda equazione tra un presidente ebreo e il nazismo. Questo è un esempio di come l'ideologia del potere, quando diventa patologica, possa capovolgere qualsiasi logica, trasformando la vittima in carnefice e il carnefice in liberatore.

Ma la storia non si ferma ai confini dell'Ucraina. Il paradosso si allaccia direttamente al dramma che si consuma in Palestina. Se Zelenskyy, ebreo, combatte contro un'invasione russa che lo dipinge come nazista, Israele, lo Stato ebraico per eccellenza, vede oggi il suo governo di estrema destra adottare politiche che, per molti osservatori internazionali, evocano inquietanti paralleli con i metodi di pulizia etnica e oppressione sistematica tipici del nazismo. Che l'accusa di genocidio, la stessa che la Russia rivolge all'Ucraina in modo strumentale, venga ora rivolta a Israele, e che contemporaneamente un presidente ebreo venga accusato di nazismo, è il paradosso supremo che rivela la natura profondamente patologica del potere contemporaneo: il linguaggio della Shoah e del genocidio viene svuotato e utilizzato come arma da tutte le parti, mentre le vittime reali – a Gaza, nel Donbass, a Odessa – vengono dimenticate o strumentalizzate.

E così, da Odessa a Gaza, da Kiev a Gerusalemme, il filo rosso è lo stesso: il potere che si nutre di violenza, che strumentalizza la memoria storica, che trasforma il dolore in arma e la verità in tradimento. In questo quadro confuso e lacerato, emerge un fenomeno che da tempo sospettavo. Guardando certi politici, non solo corrotti o incompetenti, ma spinti da un narcisismo patologico e da una mancanza totale di empatia, ho avuto la sensazione di assistere a qualcosa di più profondo, a una vera e propria patologia del potere. Finalmente ho trovato un autore che dà un nome a questa intuizione. Esiste uno psichiatra polacco, Andrzej Łobaczewski, che ha formalizzato esattamente questa intuizione nella sua opera "Political Ponerology". Il termine "ponerologia" – dal greco poneros, "male" – descrive lo studio scientifico di come individui con disturbi psicologici profondi si infiltrino e prendano il controllo delle istituzioni. Łobaczewski, membro della resistenza polacca durante l'invasione nazista, scrisse il manoscritto originale in clandestinità; gettato nel forno pochi minuti prima di un raid della polizia segreta comunista, fu riscritto a memoria dopo il suo espatrio a New York. La sua tesi è che in una patocrazia, un sistema governato da persone disturbate, la psicopatia, il narcisismo e la mancanza di empatia non sono difetti, ma vantaggi competitivi sfruttati per dominare. E funzionano perfettamente. Il modello patocratico si articola in una gerarchia funzionale. Al vertice troviamo l'élite psicopatica, individui con tratti antisociali marcati, privi di empatia, animati da narcisismo e sadismo, che in un sistema corrotto trasformano la loro devianza in uno strumento spietato di dominio. Subito dopo ci sono gli architetti ideologici, che progettano politiche disumane con distacco clinico, astraendo dal costo umano: lockdown prolungati senza adeguato bilanciamento costi-benefici, politiche di controllo demografico implicite, normalizzazione di sostanze psicoattive pesanti, progettazione di ambienti digitali studiati per indurre dipendenza. Poi vengono i cosiddetti "cantori" del consenso: celebrità, influencer e opinionisti che ipnotizzano il pubblico con slogan su equità e sicurezza, mascherando la tirannia da compassione. Infine, c'è la massa, divisa tra credenti che interiorizzano acriticamente la narrazione e conformisti che, pur percependo la dissonanza, obbediscono per preservare il proprio status, il proprio lavoro, spegnendo progressivamente la coscienza critica.

I paradossi di questo sistema sono evidenti: si liberano criminali violenti mentre i cittadini onesti subiscono restrizioni; si promuove l'inclusione mentre si escludono nuove categorie di persone delle quali si congelano conti correnti per ragioni politiche; si celebra l'innovazione mentre declina l'alfabetizzazione funzionale, si creano nemici laddove le persone vedrebbero fratelli più o meno fortunati. In una patocrazia, la verità viene codificata come tradimento, l'assurdità come progresso. Il sistema premia il disturbo e punisce l'integrità morale. Questa non è una lotta tra destra e sinistra: è sanità mentale contro follia. Łobaczewski ci insegna che non stiamo combattendo contro idee sbagliate, ma contro persone clinicamente patologiche che hanno trasformato la loro devianza in un sistema di potere. Fino a quando i sani di mente non riconosceranno la natura sistemica del problema, il collasso delle istituzioni appare inevitabile. Guardiamoci intorno: il mondo occidentale sembra letteralmente impazzito, e questa volta non è solo un'impressione, ma una diagnosi clinica che aspetta solo di essere presa sul serio.