di Marco Brama
Partiamo da un punto che credo sia difficile negare: gli animali soffrono, ma il problema è che non sappiamo con certezza dove finisca questa capacità di soffrire. Una mosca cerca cibo, fugge se la vuoi schiacciare, cerca di sopravvivere. Questa non è forse una forma di consapevolezza di essere vivi? E se è così per una mosca, allora dovremmo estendere il principio a tutti gli animali, grandi e piccoli, intelligenti e meno intelligenti.
Ma non ci fermiamo qui. Se allarghiamo lo sguardo, anche virus e batteri desiderano riprodursi, nutrirsi, sopravvivere. Anche loro mostrano una direzionalità, una pulsione alla vita. E le piante? Le piante percepiscono l'ambiente: vanno verso il sole, comunicano attraverso le radici, cercano acqua e nutrienti, reagiscono agli stimoli, hanno una sorta di centro nervoso distribuito e muoiono se tagliate, se bruciate, se assetate. Se la coscienza è rispondere agli stimoli e lottare per la sopravvivenza, allora anche le piante sono coscienti e se spingiamo il ragionamento fino alle sue estreme conseguenze, persino la materia sembra avere un comportamento che sfida il nostro riduzionismo. L'esperimento della doppia fenditura ci mostra che la materia si comporta diversamente quando viene osservata, come se lo sguardo stesso fosse parte dell'evento. Come se la materia, in fondo, fosse intrisa di una qualche forma di coscienza diffusa.
Se tutto questo è vero, allora il veganesimo si trova davanti a un problema gigantesco, perché se rinunciamo alla carne per non fare soffrire gli animali, ma poi mangiamo piante che forse soffrono, e se anche i batteri e i virus sono esseri viventi che lottano per esistere, allora dove tracciamo il confine? Quale vita è lecito sacrificare e quale no? Il veganesimo etico, nella sua forma più rigorosa, sembra portare a un vicolo cieco: o si ammette che tutto è lecito, o si ammette che nulla è lecito.
C'è poi un'altra questione, quella della naturalità. Quando pensiamo di diventare vegani e rinunciare alla carne, stiamo compiendo un atto culturale, non istintuale. Abbiamo denti che sono fatti per masticare anche carne, un intestino che è fatto per digerirla. La nostra stessa anatomia ci parla di onnivorismo. Rinunciare agli animali significa rinunciare a una parte della nostra natura. Possiamo farlo, certo, ma dobbiamo essere onesti con noi stessi: è una scelta culturale, non biologica e come tutte le scelte culturali, è figlia di un contesto, non di un imperativo universale.
Se poi volessimo davvero portare il veganesimo fino in fondo, fino a non uccidere nulla di ciò che è vivo, allora dovremmo rinunciare anche alla frutta che cade a terra e che contiene semi destinati a germogliare? Dovremmo forse mangiare solo terra, come fanno gli alberi, o nutrirci di micronutrienti e vitamine sintetiche? Ma anche in questo caso, il paradosso ci insegue: per produrre quelle vitamine sintetiche, per avere la tecnologia che ci permette di fare scelte culturali così raffinate, abbiamo dovuto sfruttare per millenni l'alimentazione naturale, abbiamo dovuto uccidere, mangiare, coltivare, bruciare e senza quel percorso di sfruttamento e di sopravvivenza, non saremmo mai arrivati al punto di consapevolezza che oggi ci impone di rinunciare a tutto ciò.
Ecco il paradosso finale: la coscienza che ci porta a voler smettere di uccidere è la stessa coscienza che è stata resa possibile solo grazie a millenni di uccisioni. Siamo nati dalla violenza e ora vogliamo rinnegarla. È un gesto nobile, forse, ma è anche un gesto che non può fare a meno di guardare con imbarazzo alle sue stesse origini.
Forse il punto non è trovare una soluzione pulita, perché pulita non esiste, ma abitare questo paradosso con onestà, senza fingere che esista un modo di mangiare che non comporti morte e senza fingere che la morte sia sempre uguale a se stessa. Il punto è chiedersi, ogni volta, quale vita stiamo sacrificando e perché, e assumerci la responsabilità di quella scelta, qualunque essa sia.
Perché alla fine, se tutto è vivo, allora tutto è degno di attenzione, ma se tutto è vivo, allora anche il nostro mangiare è un atto tragico e necessario e forse, la vera domanda non è cosa mangiamo, ma come lo facciamo e con quale consapevolezza.