martedì 23 giugno 2026
Chi odia il Pride non rispetta la legge italiana più importante: la Costituzione
Da Odessa a Gaza, da Kiev a Gerusalemme: il filo rosso della patocrazia.
domenica 21 giugno 2026
# Tutto è vivo, tutto soffre: il paradosso del veganesimo: MANGIARE TERRA
di Marco Brama
Partiamo da un punto che credo sia difficile negare: gli animali soffrono, ma il problema è che non sappiamo con certezza dove finisca questa capacità di soffrire. Una mosca cerca cibo, fugge se la vuoi schiacciare, cerca di sopravvivere. Questa non è forse una forma di consapevolezza di essere vivi? E se è così per una mosca, allora dovremmo estendere il principio a tutti gli animali, grandi e piccoli, intelligenti e meno intelligenti.
Ma non ci fermiamo qui. Se allarghiamo lo sguardo, anche virus e batteri desiderano riprodursi, nutrirsi, sopravvivere. Anche loro mostrano una direzionalità, una pulsione alla vita. E le piante? Le piante percepiscono l'ambiente: vanno verso il sole, comunicano attraverso le radici, cercano acqua e nutrienti, reagiscono agli stimoli, hanno una sorta di centro nervoso distribuito e muoiono se tagliate, se bruciate, se assetate. Se la coscienza è rispondere agli stimoli e lottare per la sopravvivenza, allora anche le piante sono coscienti e se spingiamo il ragionamento fino alle sue estreme conseguenze, persino la materia sembra avere un comportamento che sfida il nostro riduzionismo. L'esperimento della doppia fenditura ci mostra che la materia si comporta diversamente quando viene osservata, come se lo sguardo stesso fosse parte dell'evento. Come se la materia, in fondo, fosse intrisa di una qualche forma di coscienza diffusa.
Se tutto questo è vero, allora il veganesimo si trova davanti a un problema gigantesco, perché se rinunciamo alla carne per non fare soffrire gli animali, ma poi mangiamo piante che forse soffrono, e se anche i batteri e i virus sono esseri viventi che lottano per esistere, allora dove tracciamo il confine? Quale vita è lecito sacrificare e quale no? Il veganesimo etico, nella sua forma più rigorosa, sembra portare a un vicolo cieco: o si ammette che tutto è lecito, o si ammette che nulla è lecito.
C'è poi un'altra questione, quella della naturalità. Quando pensiamo di diventare vegani e rinunciare alla carne, stiamo compiendo un atto culturale, non istintuale. Abbiamo denti che sono fatti per masticare anche carne, un intestino che è fatto per digerirla. La nostra stessa anatomia ci parla di onnivorismo. Rinunciare agli animali significa rinunciare a una parte della nostra natura. Possiamo farlo, certo, ma dobbiamo essere onesti con noi stessi: è una scelta culturale, non biologica e come tutte le scelte culturali, è figlia di un contesto, non di un imperativo universale.
Se poi volessimo davvero portare il veganesimo fino in fondo, fino a non uccidere nulla di ciò che è vivo, allora dovremmo rinunciare anche alla frutta che cade a terra e che contiene semi destinati a germogliare? Dovremmo forse mangiare solo terra, come fanno gli alberi, o nutrirci di micronutrienti e vitamine sintetiche? Ma anche in questo caso, il paradosso ci insegue: per produrre quelle vitamine sintetiche, per avere la tecnologia che ci permette di fare scelte culturali così raffinate, abbiamo dovuto sfruttare per millenni l'alimentazione naturale, abbiamo dovuto uccidere, mangiare, coltivare, bruciare e senza quel percorso di sfruttamento e di sopravvivenza, non saremmo mai arrivati al punto di consapevolezza che oggi ci impone di rinunciare a tutto ciò.
Ecco il paradosso finale: la coscienza che ci porta a voler smettere di uccidere è la stessa coscienza che è stata resa possibile solo grazie a millenni di uccisioni. Siamo nati dalla violenza e ora vogliamo rinnegarla. È un gesto nobile, forse, ma è anche un gesto che non può fare a meno di guardare con imbarazzo alle sue stesse origini.
Forse il punto non è trovare una soluzione pulita, perché pulita non esiste, ma abitare questo paradosso con onestà, senza fingere che esista un modo di mangiare che non comporti morte e senza fingere che la morte sia sempre uguale a se stessa. Il punto è chiedersi, ogni volta, quale vita stiamo sacrificando e perché, e assumerci la responsabilità di quella scelta, qualunque essa sia.
Perché alla fine, se tutto è vivo, allora tutto è degno di attenzione, ma se tutto è vivo, allora anche il nostro mangiare è un atto tragico e necessario e forse, la vera domanda non è cosa mangiamo, ma come lo facciamo e con quale consapevolezza.
mercoledì 7 gennaio 2026
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venerdì 5 dicembre 2025
SALVIAMO LA SCUOLA PUBBLICA
La trasformazione della scuola in logica
gestionale/aziendale
A partire dagli anni ’90 e con
accelerazione negli anni 2000–2010 si sono introdotte in Italia politiche che
aumentano meccanismi di valutazione, autonomia, accountability e collaborazione
con il mondo produttivo. Tappe chiave: riforme organizzative nazionali,
concorsi, contratti, introduzione dell’alternanza scuola-lavoro (poi PCTO). La
legge “La Buona Scuola” (2015) ha rafforzato molti aspetti di integrazione con
l’impresa e di gestione centralizzata/aziendalistica. (alternanza.miur.gov.it). L’effetto è stato chello di un: crescente uso
di logiche di finanziamento esterno, progetti (a volte sponsorizzati),
valutazioni in chiave di “produttività educativa” e di “spendibilità” delle
competenze, con rischio di subordinare il curricolo culturale a esigenze di
mercato.
Privatisation push, voucher e scuole paritarie
Negli ultimi
anni sono riemerse proposte e provvedimenti che favoriscono o potrebbero
favorire il finanziamento diretto delle scuole paritarie (voucher, incentivi
fiscali). Nei dibattiti recenti (anche manovre e emendamenti) si è tornati a
parlare di misure a favore delle scuole paritarie con voucher per le famiglie,
riaprendo il tema della privatizzazione indiretta del diritto allo studio.
Questo crea pressione sulle scuole pubbliche e sul principio di universalità
dell’istruzione. (EduNews24)
PCTO / “competenze trasversali” / affettività /
inclusione: opportunità e rischi
I PCTO (ex
alternanza scuola-lavoro) sono stati introdotti per collegare scuola e lavoro,
sviluppare competenze trasversali e orientamento. Le linee guida ministeriali
esplicitano finalità e modalità. Tuttavia la critica ricorrente (anche da
insegnanti e osservatori) è che, senza un disegno curricolare forte, attività
multiple (affettività, inclusione, PCTO, attività extracurriculari) possono
comprimere il tempo dedicato alla conoscenza disciplinare se non gestite con
equilibrio e limiti chiari. (Ministero
dell'Istruzione e del Merito)
La condizione professionale del docente
I salari
medi dei docenti italiani sono spesso segnalati inferiori alla media
OCSE/Eurydice per rapporto a costo della vita e rispetto a colleghi europei.
Questo contribuisce a un senso di svalutazione professionale. (OECD) I docenti
subiscono vincoli amministrativi e giudiziari sempre più stringenti (esposti da
genitori, ricorsi, pressioni), e temono pratiche disciplinari o contenziosi per
valutazioni e decisioni d’aula. Ciò produce autocensura didattica e timore nel
gestire la valutazione come atto professionale. Il profluvio di progetti,
registri digitali, certificazioni, misure di inclusione con piani
individualizzati eccetera sottrae tempo alla progettazione didattica profonda.
Il rischio culturale: “acculturamento” vs. capacità
tecnica
I percorsi
liceali enfatizzano conoscenze teoriche e umanistiche; il mondo produttivo
cerca spesso competenze applicate e tecniche. La risposta politica è in parte
l’ampliamento dei percorsi ITS, i percorsi tecnici e professionali e la
sperimentazione del quadriennio. Il rischio denunciato è che se la scuola
diventa solo «fornitrice di manodopera» o se si abbreviano percorsi senza
garanzie formative, si impoverisca la cultura civica e critica che è il
fondamento della democrazia e della sovranità culturale. (Erickson)
Il quadro normativo su 4+2 e accesso all’università
(chiarimento essenziale)
La filiera formativa
tecnologico-professionale 4+2 è stata introdotta (normativa e decreti
attuativi, sperimentazioni); il Ministero esplicita che al termine del quadriennio,
previa acquisizione del titolo e superamento dell’Esame di Stato, il diploma consente
l’iscrizione all’università; il biennio +2 (ITS Academy) è un’opzione
post-secondaria per specializzazione tecnica. In breve: non è necessario
fare un quinto anno obbligatorio per iscriversi all’università se si
consegue l’Esame di Stato al termine dei 4 anni in percorsi autorizzati e il
diploma quadriennale è riconosciuto. (Se però un singolo percorso scolastico
specifico richiedesse un anno propedeutico questo sarebbe un caso particolare,
una scelta (possibile) di singoli istituti; la regola nazionale è
l’equipollenza del diploma valido per l’accesso ai percorsi universitari). (Ufficio Scolastico Regionale)