lunedì 28 settembre 2026

Dal viaggio come scoperta al mondo in tasca, la crisi dell’automobile nel nuovo millennio

L’uomo ha sempre cercato di esplorare il mondo, di spostarsi, di superare i confini del proprio spazio e, soprattutto, di rendere sempre più veloce il proprio viaggio. Prima lo ha fatto a piedi, poi ha costruito imbarcazioni, carri, bighe e carretti, strumenti che per lungo tempo sono rimasti privilegio di pochi e che comunque consentivano spostamenti relativamente lenti. Poi è arrivata la grande rivoluzione del treno, che ha modificato per sempre la percezione dello spazio e del tempo, permettendo di percorrere in poche ore distanze che fino ad allora richiedevano giorni.

La vera rivoluzione, però, è arrivata quando l’uomo ha conquistato la possibilità di muoversi autonomamente. Dalla bicicletta, all’automobile, l'uomo ha trasformato il viaggio in un’esperienza personale senza un percorso stabilito o senza dover rispettare un orario, perché basta salire sul proprio mezzo e partire! L’automobile, nel corso del Novecento, è diventata così molto più di un mezzo di trasporto, è diventata uno status symbol, un oggetto del desiderio e soprattutto un simbolo di libertà, perché permette di andare al lavoro, di uscire dalla città, di viaggiare con la famiglia, di conoscere luoghi nuovi e di decidere autonomamente dove andare. È stata anche uno strumento di emancipazione per le donne, che attraverso la possibilità di guidare e spostarsi autonomamente hanno conquistato uno spazio ulteriore di libertà personale. Per generazioni l’automobile ha rappresentato, quindi, la possibilità concreta di andare incontro al mondo.

Poi qualcosa è cambiato.

Nel nuovo millennio l’automobile è entrata in crisi, innanzitutto perché è diventata uno dei simboli della transizione ecologica. Si è cominciato a parlare sempre più di emissioni, inquinamento e sostenibilità e al cittadino è stato chiesto di modificare le proprie abitudini, arrivando oggi a proporre l’automobile elettrica come una delle principali soluzioni per il futuro. Il problema è che questa rivoluzione, così come viene raccontata, presenta molte contraddizioni. Le navi e gli aerei continuano a inquinare in modo esagerato, le industrie e le centrali continuano a produrre emissioni nocive, le miniere continuano a consumare enormi quantità di risorse, la plastica continua a essere ovunque e ora i data center che servono alle varie intelligenze artificiali per funzionare, consumano già acqua come intere città. Una parte crescente dei costi della transizione viene trasferita sui cittadini, che devono pagare nuovi prodotti, nuove tecnologie e nuovi servizi in nome della sostenibilità, come l’auto elettrica, che certo non è un oggetto privo di impatto ambientale. La sua produzione è altamente energivora, le batterie richiedono materie prime difficili da estrarre e da smaltire e, se tutti utilizzassero contemporaneamente automobili elettriche, sarebbe necessario ripensare profondamente l’intero sistema di produzione e distribuzione dell’energia. Servirebbero nuove centrali, nuove infrastrutture e nuovi sistemi di accumulo, con ulteriori problemi legati alla produzione e allo smaltimento dei materiali. La vera rivoluzione, quindi, dovrebbe riguardare prima di tutto il modo in cui produciamo l’energia. Ed è anche per questo che l’idrogeno continua a rappresentare una delle strade sulle quali alcuni grandi costruttori automobilistici, come Toyota, stanno investendo, nella prospettiva di riportare l’automobile al centro della mobilità del futuro, ma forse la crisi dell’automobile ha una ragione ancora più profonda!!!

L’automobile non è più soltanto un problema economico o tecnologico, perché rischia di non essere più un oggetto del desiderio per le nuove generazioni. Per i ragazzi di oggi il mondo è già in tasca. È dentro uno smartphone, dentro un tablet, dentro un videogioco, dentro una serie televisiva, dentro i social network. Si può vedere un luogo dall’altra parte del pianeta senza esserci mai stati, conoscere persone senza incontrarle, vivere esperienze senza uscire dalla propria stanza. Il mondo reale viene così sostituito sempre più spesso dalla sua rappresentazione digitale. Eppure vedere non significa necessariamente conoscere e guardare non significa vivere! Le generazioni precedenti hanno conosciuto il mondo anche attraverso il corpo, correndo, andando in bicicletta, cadendo, sporcandosi le mani, esplorando luoghi sconosciuti e affrontando l’imprevisto. Oggi, invece, la quasi totalità dei ragazzi occidentali cresce in un ambiente estremamente protetto, con attività esterne profondamente strutturate e trascorre una quantità enorme di tempo davanti agli schermi, fino ad arrivare, nei casi più estremi, a forme di isolamento come quelle rappresentate dal fenomeno degli hikikomori. Non è soltanto cambiato il modo di viaggiare, ma è scomparso il desiderio di farlo! Per questo la crisi dell’automobile non può essere spiegata soltanto con il prezzo delle automobili, con la transizione elettrica o con le nuove normative ambientali. È in crisi anche l’idea stessa che per decenni ha accompagnato l’automobile, quella secondo cui possedere un mezzo significava essere liberi di partire, di esplorare e di scoprire il mondo, magari con la propria dolce metà!

Oggi abbiamo strumenti che ci permettono di conoscere quasi tutto senza muoverci da casa e il rischio è che la comodità della rappresentazione finisca per sostituire il desiderio dell’esperienza. Abbiamo reso il mondo infinitamente più vicino e, allo stesso tempo, infinitamente più distante.

Se oggi fin da bambini siamo continuamente impegnati da uno schermo che non ci lascia mai il tempo di annoiarci e, quindi, nemmeno quello di desiderare ciò che ancora non conosciamo, un tempo ci si poteva annoiare e proprio dalla noia nasceva il desiderio di cercare qualcosa, di uscire, di esplorare, di conoscere. L’automobile era l’estensione di quella libertà, la possibilità di salire, partire e andare verso qualcosa che non avevamo ancora visto, magari insieme alla persona che amavamo. Oggi possiamo avere il mondo intero dentro uno smartphone, ma proprio per questo rischiamo di non sentire più il bisogno di andarlo a cercare ed è forse anche questa la ragione più profonda della crisi dell’automobile. Non abbiamo soltanto smesso di desiderare l’automobile, abbiamo smesso, almeno in parte, di desiderare la libertà che essa rappresentava, perché oggi possiamo essere più connessi che mai, ma forse siamo anche meno liberi e non perché non possiamo più andare lontano, ma perché la nostra mente non è più libera di annoiarsi, di immaginare e di desiderare di partire.
Thanks 2 @marcobrama for sharing this pic with us 🤍📸