martedì 23 giugno 2026

Chi odia il Pride non rispetta la legge italiana più importante: la Costituzione

Articolo 3 della Costituzione italiana: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». Chi rifiuta questo principio fondamentale può definirsi ciò che vuole, ma non italiano, perché non sta difendendo i valori costituzionali e democratici su cui si fonda la Repubblica italiana. Detto questo, ricordo a tutti che il Pride non nasce per noia o per esibizionismo, ma per sensibilizzare i governi e l'opinione pubblica dove ancora ce n'è bisogno, perché per decenni le persone gay sono state umiliate, picchiate, arrestate, uccise, derise, sbeffeggiate, magari solo per l'atteggiamento o i vestiti. I colori e l'abbigliamento eccentrico, servono proprio a ricordare che nessuno deve più nascondersi. Dovrebbe essere scontato in un paese occidentale e avanzato come l'Italia, ma evidentemente ancora non è così. 😌 Durante il nazismo, il triangolo rosa era il marchio per i gay nei lager. Migliaia di uomini omosessuali furono deportati; la maggior parte morì di stenti, torture o esperimenti medici. Molti vennero castrati con la forza. Dopo la guerra, molti sopravvissuti furono addirittura rimessi in carcere perché il paragrafo 175, che criminalizzava l'omosessualità, rimase in vigore nella Germania Ovest fino al 1969 e nella sua forma integrale fino al 1994. Nessun risarcimento, nessuna memoria ufficiale per decenni. Oggi quell'odio non è sparito e riguarda soprattutto i giovani, i nostri figli e i nostri nipoti. Uno studio del 2021 in Italia ha rilevato che il 43% delle persone LGBTQ+ ha subito atti di bullismo o violenza a scuola. Il 18% ha dichiarato di essere stato spintonato o preso a pugni, il 6% ha subito violenze sessuali. Ci sono ragazzini di tredici, quattordici anni che vengono presi di mira, picchiati negli spogliatoi, umiliati davanti a tutti. Alcuni non ce la fanno.

Dal 2015 al 2021, almeno 25 adolescenti in Italia hanno tentato il suicidio dopo episodi di bullismo omofobo.

In molti paesi islamici come la Palestina (senza per questo dimenticare il massacro di migliaia di civili innocenti), l'omosessualità è punita con l'arresto, in altri con la pena di morte. Proprio per questo il Pride è ancora importante, perché deve sensibilizzare le persone contro l'omofobia, ma non è semplice. I Pride sono vietati in molti di questi paesi e i ragazzi e le ragazze che vorrebbero sfilare per i propri diritti, verrebbero subito arrestati o uccisi. In Iran, ad esempio, dal 1979 sono state eseguite migliaia di condanne, spesso con impiccagioni pubbliche. In Arabia Saudita le condanne vanno dalla fustigazione alla pena capitale. In Yemen, nelle aree sotto controllo houthi, è prevista la lapidazione. In Afghanistan, dopo il ritorno dei talebani, è ripresa la caccia agli uomini sospettati di omosessualità. In Uganda nel 2023 è stata firmata una legge che prevede la pena di morte per alcuni casi definiti di “omosessualità aggravata”. In Nigeria, negli stati del nord che applicano la sharia, l'omosessualità è punita severamente. In Somalia gruppi estremisti hanno eseguito pubblicamente persone accusate di essere gay. Questi non sono numeri astratti. Sono persone, giovani, figli, esseri umani stuprati, picchiati, uccisi, lapidati, impiccati, gettati dai tetti. Tutto questo accade oggi, mentre stiamo parlando. E tu chiami “pagliacci” quelli che sfilano al Pride, che chiedono solo di non essere più nascosti, umiliati, annientati?

La logica è sempre la stessa: l'idea che alcune persone non meritino di esistere liberamente. Che venga da un regime, da un estremista, da un politico occidentale o da un vicino di casa, l'intolleranza ha la stessa faccia. Cambiano le divise, le bandiere e le preghiere, ma le vittime restano le stesse.

PS: Facebook non mostra ciò che si odia, ma ciò su cui si clicca, ci si sofferma, che si guarda e si legge. Quindi se ogni giorno ti ritrovi sotto post che coinvolgono persone o tematiche gay, o lo sei anche tu, oppure ne sei decisamente ossessionato. 😌

Da Odessa a Gaza, da Kiev a Gerusalemme: il filo rosso della patocrazia.

La tragedia di Odessa del 2 maggio 2014 rimane una ferita aperta e non rimarginata. Quel giorno, 48 persone, in gran parte di etnia russa, persero la vita tra le fiamme della Casa dei Sindacati, dopo essere state inseguite e attaccate da una folla di ultrà del calcio e militanti dell'estrema destra ucraina. Le indagini ufficiali non hanno mai portato a condanne certe, e la verità su quanto accadde quella giornata resta sepolta sotto una coltre di silenzio, omissioni e, forse, protezioni politiche. Non si possono cancellare quei morti, come non si può dimenticare che il primo sangue versato in quella che sarebbe diventata una guerra per procura tra Russia e Occidente è stato sangue russofono, sangue di cittadini ucraini che chiedevano solo di non essere esclusi dalla nuova Ucraina che stava nascendo.

Da quel momento, la Russia di Vladimir Putin ha visto nella tragedia di Odessa e nelle violenze del Donbass la conferma delle sue peggiori paure: un'Ucraina ostile, caduta in mano a forze nazionaliste e neonaziste, pronta a cancellare la cultura russa e a perseguitare i russofoni. Questa percezione, amplificata dalla propaganda di stato, ha fornito la giustificazione morale per l'annessione della Crimea e per il sostegno militare ai separatisti del Donbass, gettando le basi per l'invasione su larga scala del 2022.

E poi c'è il paradosso che sconvolge ogni semplificazione: il presidente ucraino, Volodymyr Zelenskyy, è ebreo. Questa è una verità fattuale che la propaganda russa trasforma in un'arma paradossale, arrivando a definirlo un "traditore del popolo ebraico" o una "vergogna per il popolo ebraico". Lo stesso ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha affermato che "Hitler aveva origini ebree", nel tentativo di giustificare l'assurda equazione tra un presidente ebreo e il nazismo. Questo è un esempio di come l'ideologia del potere, quando diventa patologica, possa capovolgere qualsiasi logica, trasformando la vittima in carnefice e il carnefice in liberatore.

Ma la storia non si ferma ai confini dell'Ucraina. Il paradosso si allaccia direttamente al dramma che si consuma in Palestina. Se Zelenskyy, ebreo, combatte contro un'invasione russa che lo dipinge come nazista, Israele, lo Stato ebraico per eccellenza, vede oggi il suo governo di estrema destra adottare politiche che, per molti osservatori internazionali, evocano inquietanti paralleli con i metodi di pulizia etnica e oppressione sistematica tipici del nazismo. Che l'accusa di genocidio, la stessa che la Russia rivolge all'Ucraina in modo strumentale, venga ora rivolta a Israele, e che contemporaneamente un presidente ebreo venga accusato di nazismo, è il paradosso supremo che rivela la natura profondamente patologica del potere contemporaneo: il linguaggio della Shoah e del genocidio viene svuotato e utilizzato come arma da tutte le parti, mentre le vittime reali – a Gaza, nel Donbass, a Odessa – vengono dimenticate o strumentalizzate.

E così, da Odessa a Gaza, da Kiev a Gerusalemme, il filo rosso è lo stesso: il potere che si nutre di violenza, che strumentalizza la memoria storica, che trasforma il dolore in arma e la verità in tradimento. In questo quadro confuso e lacerato, emerge un fenomeno che da tempo sospettavo. Guardando certi politici, non solo corrotti o incompetenti, ma spinti da un narcisismo patologico e da una mancanza totale di empatia, ho avuto la sensazione di assistere a qualcosa di più profondo, a una vera e propria patologia del potere. Finalmente ho trovato un autore che dà un nome a questa intuizione. Esiste uno psichiatra polacco, Andrzej Łobaczewski, che ha formalizzato esattamente questa intuizione nella sua opera "Political Ponerology". Il termine "ponerologia" – dal greco poneros, "male" – descrive lo studio scientifico di come individui con disturbi psicologici profondi si infiltrino e prendano il controllo delle istituzioni. Łobaczewski, membro della resistenza polacca durante l'invasione nazista, scrisse il manoscritto originale in clandestinità; gettato nel forno pochi minuti prima di un raid della polizia segreta comunista, fu riscritto a memoria dopo il suo espatrio a New York. La sua tesi è che in una patocrazia, un sistema governato da persone disturbate, la psicopatia, il narcisismo e la mancanza di empatia non sono difetti, ma vantaggi competitivi sfruttati per dominare. E funzionano perfettamente. Il modello patocratico si articola in una gerarchia funzionale. Al vertice troviamo l'élite psicopatica, individui con tratti antisociali marcati, privi di empatia, animati da narcisismo e sadismo, che in un sistema corrotto trasformano la loro devianza in uno strumento spietato di dominio. Subito dopo ci sono gli architetti ideologici, che progettano politiche disumane con distacco clinico, astraendo dal costo umano: lockdown prolungati senza adeguato bilanciamento costi-benefici, politiche di controllo demografico implicite, normalizzazione di sostanze psicoattive pesanti, progettazione di ambienti digitali studiati per indurre dipendenza. Poi vengono i cosiddetti "cantori" del consenso: celebrità, influencer e opinionisti che ipnotizzano il pubblico con slogan su equità e sicurezza, mascherando la tirannia da compassione. Infine, c'è la massa, divisa tra credenti che interiorizzano acriticamente la narrazione e conformisti che, pur percependo la dissonanza, obbediscono per preservare il proprio status, il proprio lavoro, spegnendo progressivamente la coscienza critica.

I paradossi di questo sistema sono evidenti: si liberano criminali violenti mentre i cittadini onesti subiscono restrizioni; si promuove l'inclusione mentre si escludono nuove categorie di persone delle quali si congelano conti correnti per ragioni politiche; si celebra l'innovazione mentre declina l'alfabetizzazione funzionale, si creano nemici laddove le persone vedrebbero fratelli più o meno fortunati. In una patocrazia, la verità viene codificata come tradimento, l'assurdità come progresso. Il sistema premia il disturbo e punisce l'integrità morale. Questa non è una lotta tra destra e sinistra: è sanità mentale contro follia. Łobaczewski ci insegna che non stiamo combattendo contro idee sbagliate, ma contro persone clinicamente patologiche che hanno trasformato la loro devianza in un sistema di potere. Fino a quando i sani di mente non riconosceranno la natura sistemica del problema, il collasso delle istituzioni appare inevitabile. Guardiamoci intorno: il mondo occidentale sembra letteralmente impazzito, e questa volta non è solo un'impressione, ma una diagnosi clinica che aspetta solo di essere presa sul serio.

domenica 21 giugno 2026

# Tutto è vivo, tutto soffre: il paradosso del veganesimo: MANGIARE TERRA

di Marco Brama

Partiamo da un punto che credo sia difficile negare: gli animali soffrono, ma il problema è che non sappiamo con certezza dove finisca questa capacità di soffrire. Una mosca cerca cibo, fugge se la vuoi schiacciare, cerca di sopravvivere. Questa non è forse una forma di consapevolezza di essere vivi? E se è così per una mosca, allora dovremmo estendere il principio a tutti gli animali, grandi e piccoli, intelligenti e meno intelligenti.

Ma non ci fermiamo qui. Se allarghiamo lo sguardo, anche virus e batteri desiderano riprodursi, nutrirsi, sopravvivere. Anche loro mostrano una direzionalità, una pulsione alla vita. E le piante? Le piante percepiscono l'ambiente: vanno verso il sole, comunicano attraverso le radici, cercano acqua e nutrienti, reagiscono agli stimoli, hanno una sorta di centro nervoso distribuito e muoiono se tagliate, se bruciate, se assetate. Se la coscienza è rispondere agli stimoli e lottare per la sopravvivenza, allora anche le piante sono coscienti e se spingiamo il ragionamento fino alle sue estreme conseguenze, persino la materia sembra avere un comportamento che sfida il nostro riduzionismo. L'esperimento della doppia fenditura ci mostra che la materia si comporta diversamente quando viene osservata, come se lo sguardo stesso fosse parte dell'evento. Come se la materia, in fondo, fosse intrisa di una qualche forma di coscienza diffusa.

Se tutto questo è vero, allora il veganesimo si trova davanti a un problema gigantesco, perché se rinunciamo alla carne per non fare soffrire gli animali, ma poi mangiamo piante che forse soffrono, e se anche i batteri e i virus sono esseri viventi che lottano per esistere, allora dove tracciamo il confine? Quale vita è lecito sacrificare e quale no? Il veganesimo etico, nella sua forma più rigorosa, sembra portare a un vicolo cieco: o si ammette che tutto è lecito, o si ammette che nulla è lecito.

C'è poi un'altra questione, quella della naturalità. Quando pensiamo di diventare vegani e rinunciare alla carne, stiamo compiendo un atto culturale, non istintuale. Abbiamo denti che sono fatti per masticare anche carne, un intestino che è fatto per digerirla. La nostra stessa anatomia ci parla di onnivorismo. Rinunciare agli animali significa rinunciare a una parte della nostra natura. Possiamo farlo, certo, ma dobbiamo essere onesti con noi stessi: è una scelta culturale, non biologica e come tutte le scelte culturali, è figlia di un contesto, non di un imperativo universale.

Se poi volessimo davvero portare il veganesimo fino in fondo, fino a non uccidere nulla di ciò che è vivo, allora dovremmo rinunciare anche alla frutta che cade a terra e che contiene semi destinati a germogliare? Dovremmo forse mangiare solo terra, come fanno gli alberi, o nutrirci di micronutrienti e vitamine sintetiche? Ma anche in questo caso, il paradosso ci insegue: per produrre quelle vitamine sintetiche, per avere la tecnologia che ci permette di fare scelte culturali così raffinate, abbiamo dovuto sfruttare per millenni l'alimentazione naturale, abbiamo dovuto uccidere, mangiare, coltivare, bruciare e senza quel percorso di sfruttamento e di sopravvivenza, non saremmo mai arrivati al punto di consapevolezza che oggi ci impone di rinunciare a tutto ciò.

Ecco il paradosso finale: la coscienza che ci porta a voler smettere di uccidere è la stessa coscienza che è stata resa possibile solo grazie a millenni di uccisioni. Siamo nati dalla violenza e ora vogliamo rinnegarla. È un gesto nobile, forse, ma è anche un gesto che non può fare a meno di guardare con imbarazzo alle sue stesse origini.

Forse il punto non è trovare una soluzione pulita, perché pulita non esiste, ma abitare questo paradosso con onestà, senza fingere che esista un modo di mangiare che non comporti morte e senza fingere che la morte sia sempre uguale a se stessa. Il punto è chiedersi, ogni volta, quale vita stiamo sacrificando e perché, e assumerci la responsabilità di quella scelta, qualunque essa sia.

Perché alla fine, se tutto è vivo, allora tutto è degno di attenzione, ma se tutto è vivo, allora anche il nostro mangiare è un atto tragico e necessario e forse, la vera domanda non è cosa mangiamo, ma come lo facciamo e con quale consapevolezza.