La tragedia di Odessa del 2 maggio 2014 rimane una ferita aperta e non rimarginata. Quel giorno, 48 persone, in gran parte di etnia russa, persero la vita tra le fiamme della Casa dei Sindacati, dopo essere state inseguite e attaccate da una folla di ultrà del calcio e militanti dell'estrema destra ucraina. Le indagini ufficiali non hanno mai portato a condanne certe, e la verità su quanto accadde quella giornata resta sepolta sotto una coltre di silenzio, omissioni e, forse, protezioni politiche. Non si possono cancellare quei morti, come non si può dimenticare che il primo sangue versato in quella che sarebbe diventata una guerra per procura tra Russia e Occidente è stato sangue russofono, sangue di cittadini ucraini che chiedevano solo di non essere esclusi dalla nuova Ucraina che stava nascendo.
Da quel momento, la Russia di Vladimir Putin ha visto nella tragedia di Odessa e nelle violenze del Donbass la conferma delle sue peggiori paure: un'Ucraina ostile, caduta in mano a forze nazionaliste e neonaziste, pronta a cancellare la cultura russa e a perseguitare i russofoni. Questa percezione, amplificata dalla propaganda di stato, ha fornito la giustificazione morale per l'annessione della Crimea e per il sostegno militare ai separatisti del Donbass, gettando le basi per l'invasione su larga scala del 2022.
E poi c'è il paradosso che sconvolge ogni semplificazione: il presidente ucraino, Volodymyr Zelenskyy, è ebreo. Questa è una verità fattuale che la propaganda russa trasforma in un'arma paradossale, arrivando a definirlo un "traditore del popolo ebraico" o una "vergogna per il popolo ebraico". Lo stesso ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha affermato che "Hitler aveva origini ebree", nel tentativo di giustificare l'assurda equazione tra un presidente ebreo e il nazismo. Questo è un esempio di come l'ideologia del potere, quando diventa patologica, possa capovolgere qualsiasi logica, trasformando la vittima in carnefice e il carnefice in liberatore.
Ma la storia non si ferma ai confini dell'Ucraina. Il paradosso si allaccia direttamente al dramma che si consuma in Palestina. Se Zelenskyy, ebreo, combatte contro un'invasione russa che lo dipinge come nazista, Israele, lo Stato ebraico per eccellenza, vede oggi il suo governo di estrema destra adottare politiche che, per molti osservatori internazionali, evocano inquietanti paralleli con i metodi di pulizia etnica e oppressione sistematica tipici del nazismo. Che l'accusa di genocidio, la stessa che la Russia rivolge all'Ucraina in modo strumentale, venga ora rivolta a Israele, e che contemporaneamente un presidente ebreo venga accusato di nazismo, è il paradosso supremo che rivela la natura profondamente patologica del potere contemporaneo: il linguaggio della Shoah e del genocidio viene svuotato e utilizzato come arma da tutte le parti, mentre le vittime reali – a Gaza, nel Donbass, a Odessa – vengono dimenticate o strumentalizzate.
E così, da Odessa a Gaza, da Kiev a Gerusalemme, il filo rosso è lo stesso: il potere che si nutre di violenza, che strumentalizza la memoria storica, che trasforma il dolore in arma e la verità in tradimento. In questo quadro confuso e lacerato, emerge un fenomeno che da tempo sospettavo. Guardando certi politici, non solo corrotti o incompetenti, ma spinti da un narcisismo patologico e da una mancanza totale di empatia, ho avuto la sensazione di assistere a qualcosa di più profondo, a una vera e propria patologia del potere. Finalmente ho trovato un autore che dà un nome a questa intuizione. Esiste uno psichiatra polacco, Andrzej Łobaczewski, che ha formalizzato esattamente questa intuizione nella sua opera "Political Ponerology". Il termine "ponerologia" – dal greco poneros, "male" – descrive lo studio scientifico di come individui con disturbi psicologici profondi si infiltrino e prendano il controllo delle istituzioni. Łobaczewski, membro della resistenza polacca durante l'invasione nazista, scrisse il manoscritto originale in clandestinità; gettato nel forno pochi minuti prima di un raid della polizia segreta comunista, fu riscritto a memoria dopo il suo espatrio a New York. La sua tesi è che in una patocrazia, un sistema governato da persone disturbate, la psicopatia, il narcisismo e la mancanza di empatia non sono difetti, ma vantaggi competitivi sfruttati per dominare. E funzionano perfettamente. Il modello patocratico si articola in una gerarchia funzionale. Al vertice troviamo l'élite psicopatica, individui con tratti antisociali marcati, privi di empatia, animati da narcisismo e sadismo, che in un sistema corrotto trasformano la loro devianza in uno strumento spietato di dominio. Subito dopo ci sono gli architetti ideologici, che progettano politiche disumane con distacco clinico, astraendo dal costo umano: lockdown prolungati senza adeguato bilanciamento costi-benefici, politiche di controllo demografico implicite, normalizzazione di sostanze psicoattive pesanti, progettazione di ambienti digitali studiati per indurre dipendenza. Poi vengono i cosiddetti "cantori" del consenso: celebrità, influencer e opinionisti che ipnotizzano il pubblico con slogan su equità e sicurezza, mascherando la tirannia da compassione. Infine, c'è la massa, divisa tra credenti che interiorizzano acriticamente la narrazione e conformisti che, pur percependo la dissonanza, obbediscono per preservare il proprio status, il proprio lavoro, spegnendo progressivamente la coscienza critica.
I paradossi di questo sistema sono evidenti: si liberano criminali violenti mentre i cittadini onesti subiscono restrizioni; si promuove l'inclusione mentre si escludono nuove categorie di persone delle quali si congelano conti correnti per ragioni politiche; si celebra l'innovazione mentre declina l'alfabetizzazione funzionale, si creano nemici laddove le persone vedrebbero fratelli più o meno fortunati. In una patocrazia, la verità viene codificata come tradimento, l'assurdità come progresso. Il sistema premia il disturbo e punisce l'integrità morale. Questa non è una lotta tra destra e sinistra: è sanità mentale contro follia. Łobaczewski ci insegna che non stiamo combattendo contro idee sbagliate, ma contro persone clinicamente patologiche che hanno trasformato la loro devianza in un sistema di potere. Fino a quando i sani di mente non riconosceranno la natura sistemica del problema, il collasso delle istituzioni appare inevitabile. Guardiamoci intorno: il mondo occidentale sembra letteralmente impazzito, e questa volta non è solo un'impressione, ma una diagnosi clinica che aspetta solo di essere presa sul serio.
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