L’Italia del 2026 non è un Paese in crisi, è un Paese che sta morendo, un malato grave il cui polso si affievolisce di giorno in giorno sotto i colpi di un’indifferenza istituzionale che rasenta il crimine, e il sintomo più tangibile di questa agonia è il crollo verticale del potere d’acquisto di famiglie, lavoratori e pensionati, che non arrivano più alla fine del mese e sono costretti a fare i conti con stipendi che sono ormai i più bassi d’Europa e con assegni previdenziali del tutto inadeguati per condurre un’esistenza che possa anche solo lontanamente definirsi dignitosa . È un dato di fatto che suona come un'onta per un Paese che dovrebbe sedere al tavolo del G8, eppure milioni di italiani sono scivolati nella povertà assoluta, costretti a bussare alle porte della Caritas per un pasto caldo, mentre la politica è impegnata in un balletto ipocrita che ignora la realtà delle fabbriche che chiudono, dei distretti industriali che si svuotano e di un tessuto produttivo che viene lasciato morire, come denunciato con lucida disperazione dal presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, il quale ha parlato di un caro energia che è ormai una "minaccia esistenziale" per le imprese, e ha lanciato l'allarme sulla perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro in Europa, mentre l'Italia, penalizzata dai costi energetici più alti del continente, rischia di assistere a una deindustrializzazione che appare ormai inarrestabile, un destino che il presidente della Repubblica e il governo osservano forse con preoccupazione ma senza la forza di arginare un declino che appare inesorabile . E mentre l'economia reale affonda in un mare di bollette insostenibili e di burocrazia asfissiante, il quadro si aggrava ulteriormente per l'incapacità di un'Europa descritta come un "gigante burocratico" che ha sacrificato la competitività sull'altare di approcci ideologici, e di un governo che, come se non bastasse, si macchia di una doppia lesione alla Costituzione, prima calpestando il diritto dei lavoratori a una retribuzione sufficiente sancito dall'articolo 36 e poi tentando di introdurre scudi per gli imprenditori che sottopagano i loro dipendenti, in un'operazione che suona come un vero e proprio schiaffo a chi, ogni giorno, si spezza la schiena per uno stipendio da fame . La stessa Costituzione, che dovrebbe essere il baluardo dei diritti sociali e civili, viene oltraggiata anche sul fronte sindacale, con il Comitato europeo dei diritti sociali che ha bocciato l'Italia per aver limitato in modo eccessivo il diritto di sciopero, un altro tassello di un disegno che appare sempre più orientato a smantellare le conquiste sociali di un intero secolo, mentre il governo si appresta ad accelerare il ritorno al nucleare, soluzione che, sebbene auspicabile nel lungo periodo, appare come una beffa per chi oggi non ha i soldi per pagare le bollette e vede le proprie fabbriche chiudere per colpa di un costo dell'energia fuori controllo . Ma il ritratto non sarebbe completo se non si aggiungesse la vergogna di una politica estera e militare che ci trascina, seppur indirettamente, in conflitti che non sentiamo nostri, con un coinvolgimento ambiguo che solleva interrogativi etici e giuridici non da poco, perché mentre si sospendono le nuove licenze di esportazione di armi verso Israele, le spedizioni di materiali militari autorizzate prima del conflitto a Gaza continuano, e l'Italia importa armi israeliane per milioni di euro, un doppio standard che grida vendetta, mentre nel contempo si manifesta una vicinanza all'Ucraina che, nel discorso ufficiale, è ferma e indiscutibile, ma che nei fatti si traduce in una partecipazione logorante a una guerra i cui costi economici e sociali ricadono sulle spalle di un popolo già in ginocchio, che vede le risorse destinate ai servizi essenziali prosciugate per finanziare un riarmo che non ha chiesto e che forse nemmeno capisce . Di fronte a questo scenario apocalittico, che vede il lavoro, l'industria, l'agroalimentare e la scuola pubblica al collasso, la povertà dilagare e i diritti sociali calpestati, fa la sua comparsa il programma politico di Futuro Nazionale, guidato da Roberto Vannacci, il quale, con le sue proposte radicali sui diritti civili, rischia di aprire un nuovo e devastante fronte di conflitto culturale, spostando l'attenzione dai problemi reali a una crociata ideologica che propone l'abrogazione delle unioni civili e un'interpretazione della legge 194 che nega l'aborto come diritto, inserendosi in un dibattito già infiammato e rischiando di polarizzare ulteriormente un Paese che ha disperatamente bisogno di unità e di concretezza, non di sterili battaglie identitarie che sembrano volerci riportare a un medioevo oscurantista, mentre la nave Italia, ormai alla deriva, sembra non avere più né un timoniere né una rotta, e l'unica certezza è che il futuro che ci aspetta è fatto di miseria, disperazione e di una dignità che è stata calpestata in ogni suo aspetto, in un silenzio assordante che è il più grande dei nostri fallimenti.
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